Musei accessibili a tutti. L’esempio di Londra

Musei accessibili a tutti. L’esempio di Londra

Le barriere architettoniche sono un grave problema e, spesso, in molti comuni italiani non si fa abbastanza per risolverlo. Dalle strade ai supermercati, agli uffici pubblici (non tutti; fortunatamente gli esempi virtuosi sono tanti), non c’è luogo che non sia interessato dalla questione. E le persone con disabilità non si vedono riconosciuti i loro diritti, finendo con l’essere penalizzate anche nel tempo libero. 

Nemmeno la cultura è attenta alle loro esigenze, aumentano infatti i casi di cittadini che sono costretti a scrivere agli enti e alle fondazioni che curano mostre e gallerie perché i luoghi delle esposizioni risultano loro non totalmente accessibili. Un articolo del New York Times dello scorso 6 settembre poneva l’attenzione su questo aspetto, evidenziando esempi di gestione illuminata di musei e gallerie.

Per il suo design e per i contenuti della mostra sta riscuotendo il favore dell’opinione pubblica e della critica, come anche delle associazioni che si occupano di disabilità, il museo londinese The Wellcome Collection. In realtà è un museo, con sede ad Euston Road, che dispone anche di una biblioteca. 

Al suo interno una mostra permanente, dal titolo Being Human, espone una serie di oggetti e manufatti del mondo della medicina e propone ai visitatori una riflessione sui legami tra scienza, arte e vita. 

Lo spazio è totalmente accessibile anche alle persone con delle disabilità. Tutto è stato studiato ad hoc: dai contrasti cromatici tra pavimento ed espositori per agevolare gli ipovedenti, alle panche decentrate rispetto agli screen, per consentire a chi usa una sedia a rotelle di guardare i video senza dover stare di lato. Anche le uscite sono state rese ben visibili, in tutti gli ambienti, perché chi soffre di ansia o attacchi di panico, possa sentirsi tranquillo. Come si legge nell’articolo del Times:

“Se non hai bisogno di questi accorgimenti, potresti anche non notarli. Se invece ne hai bisogno, eccoli lì”.

Una dichiarazione di Clare Barlow, una curatrice della Wellcome Collection che serve a sottolineare che si tratta spesso di soluzioni semplici, che non penalizzano nessuno, al contrario servono a rendere gli spazi museali un bene della comunità tutta. 

Perché l’inclusione non comporta affatto sforzi sovrumani, è un valore da salvaguardare, esattamente come gli altri, se una società vuol dirsi evoluta. L’inclusione dovrebbe essere spontanea come lo è stata per Barlow e gli altri curatori di mostre che trovano naturale offrire il frutto del loro lavoro a chi ama l’arte e la conoscenza. Being Human sembra essere già stato definito come lo spazio museale più accessibile mai aperto in Gran Bretagna. 

Speriamo possa fare da traino per altre esperienze del genere. Più di un anno fa un importante museo pugliese, punto di riferimento per gli amanti dell’archeologia, aveva lanciato una campagna su Facebook relativa ad attività didattiche rivolte ai disabili. Riservare alle persone con disabilità spazi esclusivi è senz’altro espressione di attenzione, ma non è un’azione che viaggia verso l’inclusività. Lo sono invece spazi e percorsi, come quello rappresentato da Being Human, cioè senza barriere per nessuno. Luoghi aperti a tutti e fruibili anche dalle persone con disabilità.  


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