"La storia di Alda Merini, internata a 16 anni e diventata una delle poetesse più amate al mondo. Un messaggio di speranza per tutte le famiglie che ogni giorno affrontano il disagio psichiatrico

La poetessa che nessuno capiva: la storia di Alda Merini e il coraggio delle famiglie che non mollano

“La storia di Alda Merini, internata a 16 anni e diventata una delle poetesse più amate al mondo. Un messaggio di speranza per tutte le famiglie che ogni giorno affrontano il disagio psichiatrico

“Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta.”

Alda Merini scrisse questi versi per raccontare sé stessa. Una ragazza nata il primo giorno di primavera, con una mente così intensa e così fuori dagli schemi da sconvolgere tutto ciò che la circondava. Non lo sapeva ancora, quando era piccola. Non lo sapeva sua madre. Non lo sapeva nessuno.

Forse è proprio questo il punto di partenza per capire qualcosa di importante: nessuno, guardando una persona nel mezzo della sua tempesta, riesce a vedere fino in fondo cosa porta dentro. Nemmeno chi la ama. Nemmeno chi la cura.

Una vita dentro e fuori dalle mura

A sedici anni, nel 1947, Alda Merini fu portata per la prima volta in una clinica psichiatrica di Milano. I medici dissero che aveva un disturbo bipolare, una di quelle parole che all’epoca suonavano ancora più pesanti e oscure di oggi. Lei non capiva bene cosa significasse. Sapeva solo che amava scrivere, che le parole le venivano naturali come il respiro, e che nessuno sembrava riuscire davvero a capire cosa le stesse succedendo dentro.

Gli anni che seguirono non furono facili. Ci furono altri ricoveri, lunghi periodi lontana dalle sue quattro figlie, quarantasei elettroschock che avrebbero spezzato chiunque. Nei manicomi dell’Italia di allora, prima della legge Basaglia del 1978, si entrava spesso senza sapere quando si sarebbe usciti. Le famiglie restavano fuori, confuse, impotenti, piene di domande senza risposta.

Le famiglie che le stavano intorno non sapevano come aiutarla. Spesso non sapevano nemmeno cosa dire. E lei, dentro quelle stanze, continuava a scrivere su qualsiasi pezzo di carta trovasse. Non perché volesse diventare qualcuno. Ma perché scrivere era l’unico modo che conosceva per stare al mondo.

Quello che nessuno poteva vedere

foto di Giuliano Grittini – su licenza Creative Commons
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alda_Merini.jpg

Quelle parole scritte nell’ombra, in anni in cui quasi nessuno credeva in lei, sono diventate alcune delle poesie più belle della letteratura italiana. Oggi Alda Merini è studiata nelle università, tradotta in tutto il mondo, amata da milioni di persone. Nel 2004 il Presidente della Repubblica le consegnò la Medaglia d’Oro al merito culturale. Nel 2007 ricevette la laurea honoris causa.

Ma chi le stava accanto in quegli anni non poteva saperlo. Viveva, come tante famiglie, nel mezzo della fatica quotidiana, portando un peso che spesso non si riesce nemmeno a spiegare agli altri. Quel senso di impotenza misto ad amore. Quella stanchezza che convive con il non voler mollare. Quella domanda silenziosa che torna ogni giorno: sto facendo la cosa giusta?

Non c’è una risposta semplice a quella domanda. Ma c’è qualcosa che la storia di Alda Merini ci dice con chiarezza: dentro ogni persona, anche nelle giornate più buie, c’è qualcosa che resiste. Qualcosa che cerca la propria forma. E che spesso trova quella forma proprio perché qualcuno è rimasto lì, accanto, anche quando sembrava inutile.
Il nostro lavoro, ogni giorno

È esattamente per questo che esiste ciò che facciamo in Nuova Luce.

Nelle nostre strutture — le Comunità Riabilitative Assistenziali Psichiatriche, i Centri Diurni, le Case per la Vita sparse in tutta la provincia di Taranto — costruiamo insieme agli ospiti e alle loro famiglie un percorso fatto di piccoli passi concreti. Laboratori creativi, attività di musicoterapia, equitazione, cucina, uscite sul territorio, momenti di socializzazione. Cose che dall’esterno possono sembrare ordinarie, ma che per chi le vive rappresentano conquiste reali, progressive, preziose.

Non promettiamo miracoli. Promettiamo presenza, competenza e cura autentica, ogni giorno, anche nei giorni in cui sembra che nulla si muova. Perché il progresso, in questo campo, è spesso invisibile agli occhi di chi guarda da fuori. Ma chi lavora accanto a una persona, chi la conosce, chi la segue nel tempo, lo vede. E sa quanto vale.
Una parola alle famiglie

Se state leggendo questo articolo perché avete un familiare che vive un disagio psichiatrico, vogliamo dirvi una cosa sola.

Esserci — anche quando non sapete come farlo, anche quando siete stanchi, anche quando non vedete risultati — è già moltissimo. La storia di Alda Merini non è la storia di un’eccezione irripetibile. È la storia di quello che può accadere quando a una persona fragile viene dato il tempo, lo spazio e il supporto giusto per trovare la propria forma.
Non sempre la forma sarà la poesia. Ma dentro ogni persona c’è qualcosa che aspetta di emergere. Il nostro compito è stare lì, accanto, mentre accade. E il vostro esserci, come famiglia, fa parte di quel percorso più di quanto possiate immaginare.

Non siete soli.

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